Il popolo del ciclismo

Una giornata che Varese non dimenticherà, spero. Il boato della folla faceva tremare l’asfalto quando Alessandro Ballan è entrato al Cycling stadium e volava verso il Mondiale. Anche in pieno centro, in un pomeriggio magico, il popolo del ciclismo ha invaso la città con le sue bandiere e i suoi colori.

Cosa è il ciclismo, chiedevo al lettore, nel mio primo post. L’esempio l’avete avuto da Ballan, Cunego, Bettini e tutti gli altri. Ognuno di voi potrà trovare la risposta più convincente, dopo questa settimana. Ma, sembrerà banale, il Mondiale ha fatto capire a molti che il ciclismo è semplicemente una grande festa. C’è la passione, indubbiamente, ma c’è soprattutto tanta voglia di stare insieme in una giornata che regala emozioni di ogni tipo. Giro dopo giro, dalla noia alla suspence, fino al gran finale da lacrime agli occhi: la gara è sembrata esplodere dal nulla, ma tutta la manifestazione è l’espressione di uno sport che, nonostante i suoi problemi, sa ancora essere genuino. Cosa è il ciclismo? Mi auguro che l’abbiano capito tutti o quasi. Gli entusiasti e gli scontenti. L’unico appunto, non polemico, ma soltanto un po’ triste: la grande festa per Ballan ha per fortuna oscurato certe immagini poco edificanti. Ho visto poliziotti malmenare fotografi che chiedevano di poter svolgere il proprio lavoro sulla linea d’arrivo, ho visto cordoni di sicurezza “da antisommossa”, tante dimostrazioni di forza non richieste, volontari e body guard con i nervi a fior di pelle, vigilesse isteriche, carabinieri in agitazione… Forse queste persone temevano di dovere affrontare il becero tifo da stadio fatto di spranghe e molotov, ma nessuno aveva spiegato loro che il ciclismo alimenta soltanto passione pacifica. La lezione del popolo delle due ruote insegna che ci si commuove per Ballan, ma si applaude anche Breschel, Valverde, Kolobnev e tutti gli altri, fino all’ultimo sconosciuto. Il ciclismo è fatica e la fatica merita rispetto: chi segue il ciclismo lo sa. Ecco perché non servono a nulla “uomini armadio” e cordoni di sicurezza.

Lorenzo Franzetti

3 Commenti a “Il popolo del ciclismo”

  1. Donato scrive:

    Caro Lorenzo,ma dove sei stato per vedere…”…poliziotti malmenare fotografi che chiedevano di poter svolgere il proprio lavoro,cordoni di sicurezza “da antisommossa”, tante dimostrazioni di forza non richieste, volontari e body guard con i nervi a fior di pelle, vigilesse isteriche, carabinieri in agitazione…?????”Ho vissuto il mondiale da varesino sportivo con la mia bicicletta per quasi tutta la settimana nei luoghi piu’ suggestivi e ricchi di tifosi o semplici turisti,e non ho visto nulla di nulla di cui tu parli,anzi ho visto cordialita’,disponibilita’ e molta pazienza da parte dei servizi d’ordine anche davanti a richieste stravaganti di qualche persona.Le parole sono importanti,non si parla solo per il gusto di dire qualcosa.Il mondiale lo abbiamo vissuto in tanti e abbiamo potuto verificare con i nostri occhi.

  2. Lorenzo scrive:

    Caro Donato,
    da varesino e da appassionato di ciclismo ho vissuto con grande entusiasmo tutta la settimana del Mondiale in città. Per me è stata un’occasione davvero speciale perché per la prima volta ho fatto l’inviato a “casa mia”, dopo otto campionati del mondo di ciclismo su strada raccontanti in giro per il mondo negli anni passati.

    Capita spesso, nel mio lavoro, di ricevere critiche o opinioni opposte ed è importante, per me, leggerle, ascoltarle e farne tesoro. Se permette, però, non posso accettare invece la sua lezione sul peso delle parole, perché il suo sarà anche un punto di vista differente (e positivo, per fortuna), ma non può essere sufficiente per mettere in dubbio la mia correttezza e professionalità. A costo di fare tanta, tanta, tanta fatica in più di molti colleghi più furbi di me, faccio il mio lavoro (da sempre) alla vecchia maniera, vado a vedere e a toccare con mano la realtà e la racconto. Racconto ciò che vedo, sarà una realtà parziale, ma non un’allucinazione.

    L’esigenza stravagante di un giornalista era soltanto la libertà di potere andare a vedere e toccare con mano dal vivo il bel Mondiale che abbiamo vissuto (io da dentro, lei da bordo strada). L’organizzatore dell’evento ha sì pensato alle esigenze della stampa, ma soltanto di quella che se ne sta abitualmente seduta in sala stampa dalla mattina alla sera (anche se poi si firma “dal nostro inviato”). Gli episodi che cito li ho vissuti in prima persona nel tentativo di andare a raccontare un Mondiale “dal vivo” e non dalla tivù. I fotografi malmenati sono stati addirittura difesi dal capo ufficio stampa dell’Unione ciclistica internazionale, Enrico Carpani, che come il sottoscritto ha assistito allibito ai fatti. Mentre Ballan e Cunego festeggiavano con l’Inno di Mameli, c’erano “body guard” che hanno scambiato l’invasione pacifica dei tifosi per chissà quale minaccia. Le forze di sicurezza nei dintorni del Cycling stadium hanno ricevuto evidentemente un messaggio sbagliato, un messaggio che qualcuno gli ha trasmesso. Chi? L’organizzazione? Può darsi, perché capita spesso in Italia che il giornalista sia ritenuto un rompiscatole quando si ostina ad andare oltre le tartine e il buffet offerti dall’organizzatore stesso dell’evento.
    E da rompiscatole, mi consenta, ho voluto citare anche questi episodi che, per fortuna, non hanno rovinato la festa a lei e a (quasi) tutti gli altri.

  3. Donato scrive:

    Caro Lorenzo,ha visto che “l’uso delle parole” in modo piu’ dettagliato e specificato puo’ servire a capire meglio cio’ che che si vuol raccontare a chi ascolta?Ho riletto il suo articolo “il popolo del ciclismo” e ribadisco che esso non è lo specchio della realta’ dei fatti.Mi spiego.Lei ha sottolineato un episodio che ha vissuto(e le credo assolutamente),molto particolare legato ad un momento delicato e importante della settimana mondiale.Immagino la confusione di quei momenti da parte di tutti,tifosi ,giornalisti,addetti ai lavori in genere.In quei momenti importanti tutti vogliono essere in prima fila!E posso immaginare anche la tensione e lo stress vissuto degli addetti alla sicurezza.(conosco queste situazioni perche’ frequento da una vita gli stadi di calcio.Non da ultras). Io,che invece ho vissuto altri momenti del mondiale,non posso assolutamente dire che ci siano stati episodi o momenti di tensione da parte di chiunque.Anzi!Le forze dell’ordine e gli addetti ai servizi di sicurezza sono sempre stati gentili e disponibili con chiunque(anche con i piu’ invadenti e maleducati!). Penso che con queste precisazioni siamo riusciti a dare un po’ di chiarezza al lettore.Non crede? Comunque,mi perdoni per quella mia frase,non voleva essere offensiva.Forse cercavo proprio da lei una precisazione che chiarisse al lettore quello che è stato uno spicevole episodio di un mondiale meraviglioso e unico.La ringrazio per avermi risposto.

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